giovedì 25 giugno 2015

10 libri southern gothic che devi assolutamente leggere...

dopo il duplice listone sul cinema southern gothic (il primo qui e il secondo qui) e quello sulla declinazione in chiave splatter-gore dei suoi modelli, oggi proviamo a stilare un decalogo di letture -  tutte reperibili in italiano - in grado di esplicitare le coordinate basiche del genere (famiglie disfunzionali in odore d'incesto, un elevato gradiente di fanatismo religioso che non di rado si mescola alla magia nera e al vudù, un certo disfacimento morale che ben si assomma al clima torrido e bruciato dal sole delle storie e, ovviamente, l'ambientazione delle medesime all'interno dell'area meridionale degli USA).
• Santuario (Adelphi), di William Faulkner. Ne parliamo spesso, e con gli occhi lucciconi, quaggiù, e non potrebbe essere altrimenti: romanzo sensazionalista del grande bardo del Mississippi, che lo scrisse con il dichiarato intento di guadagnarci un po' di vile pecunia, il libro definisce toni ed atmosfere che saranno poi replicati all'infinito nella letteratura americana meridionale dei decenni a venire. André Malraux dette di questa cruda vicenda una definizione rimasta famosa: «L’irruzione della tragedia greca nel romanzo poliziesco». Siamo nel Sud, negli anni della depressione e del proibizionismo. Un gruppetto di piccoli gangster capeggiati dal degenerato Popeye ha trasformato una vecchia bicocca in una distilleria clandestina. Una sera, in cerca di whisky, si presenta, accompagnata da un coetaneo, Temple Drake, una studentessa diciottenne «non più proprio bambina, non ancora donna». Intorno alla sua bellezza acerba, al suo corpo involontariamente sensuale, si condensano tutte le tensioni dei presenti. Popeye, che è impotente, in una famosa scena di crudo realismo, la violenta con una pannocchia e poi, nel crescendo parossistico, uccide uno dei suoi complici. Popeye fugge trascinando Temple con sé. Il distillatore di alcol complice di Popeye viene arrestato per omicidio ma non arriverà in carcere perché la folla inferocita lo brucia vivo. Popeye intanto porta Temple a Memphis affidandola alla tenutaria di un bordello. Qui la ragazza scopre la sua naturale inclinazione verso il male e sprofonda nella vergogna. Nello stesso tempo però s’innamora più o meno di un giovane al quale Popeye la costringe a darsi, lui presente. Temple troverà la forza di fuggire quando avrà perduto anche la sola persona con la quale aveva stabilito quel tenue legame affettivo. Un libro necessario.
• La saggezza è nel sangue (Garzanti), di Flannery O'Connor. «Il libro fu scritto di gusto e, se possibile, bisognerebbe leggerlo nello stesso umore. È un romanzo comico che tratta di un cristiano suo malgrado e, in quanto tale, serissimo, perché tutti i romanzi comici d'un qualche valore debbono trattare questioni di vita e di morte». Con questa particolare avvertenza ironica la monumentale scrittrice di Savannah accoglie chiunque legga il suo primo romanzo (ne scriverà solo un altro, il Cielo è dei violenti), un libro edito per la prima volta nel 1952 grazie al quale l'autrice riuscì a conquistare una fetta sterminata di lettori nel mondo ma anche a suscitare un numero indescrivibile di polemiche e critiche. Perché Wise blood (letteralmente «Sangue saggio») è un testo che racchiude un'ironia atroce e tagliente: un romanzo capace di sbeffeggiare un certo tipo di religiosità attraverso una prospettiva nuova e profondissima, quella della O'Connor appunto, che nel 1952 non era ancora famosa ma che fu in grado di manipolare argomenti scottanti come il fanatismo e l'ipocrisia cattolica con strumenti stilistici che influenzeranno generazioni intere di scrittori. Flannery O'Connor diventò con questo libro una delle voci più geniali della letteratura americana del Novecento. La storia di Hazel Motes, il giovane «cristiano suo malgrado» che predica la «Chiesa della Verità senza Gesù Cristo Crocefisso» è oggi un caposaldo del genere. Hazel, detto Haze, (il cui nome significa “nebbia” e il cognome mote, la pagliuzza, che si vede negli occhi degli altri) fin da piccolo si convince che il mezzo per evitare Gesù «consistesse nell’evitare il peccato» e quando arriva a Taulkinham, meta del suo viaggio in treno, (dove «nessuno prestava attenzione al cielo», nero puntellato da strisce d’argento simili a impalcature) dà inizio alla sua predicazione. Sulla sua strada Haze incontrerà un altro predicatore che finge di essere cieco dopo aver provato ad accecarsi senza esserci riuscito, e incontrerà il giovane Enoch Emery, che «aveva il sangue che la sapeva lunga». Procedendo nel suo itinerario per strade, pensioni, e bar che sono parte del mondo comico e buffo che è il Sud, il protagonista proseguirà integro e determinato nel raggiungimento del suo obiettivo. Ma la sua stessa integrità lo condurrà proprio dove non vuole essere condotto: dal nichilismo alla Redenzione. Capolavoro.
• A sangue freddo (Garzanti), di Truman Capote. «Tutto il materiale di questo libro non derivato da mia osservazione diretta o è stato preso da registrazioni ufficiali o è il risultato di colloqui con le persone direttamente interessate, e molto spesso di tutta una serie di colloqui che si sono protratti per un tempo considerevole». Scrittore, sceneggiatore, drammaturgo ed esponente di spicco del jet set, Capote è stata una delle personalità più originali e acute del suo tempo. La portata rivoluzionaria di questo suo reportage in chiave narrativa è rimasta ineguagliata, soprattutto per la sua capacità di ridefinire stilemi e modalità compositive. Quando fu pubblicato, nel 1966, A sangue freddo suscitò una serie di polemiche di carattere letterario ed etico-sociale. L'autore venne accusato, tra l'altro, di voyeurismo cinico, per aver voluto registrare «oggettivamente» un fatto di cronaca nera, anzi di violenza gratuita, avvenuto nel cuore del Middle West agricolo: lo sterminio brutale di una famiglia da parte di due psicopatici. Nel libro, la visione puntuale delle dinamiche della vicenda, ottenuta grazie all'assidua frequentazione dei colpevoli, giustiziati dopo un processo durato sei anni, è filtrata e riscattata attraverso una così sapiente e originale elaborazione stilistica, che questo testo del polimorfo e dotatissimo scrittore costituisce ancora oggi un termine di riferimento di ogni problematica «oggettualistica», non soltanto narrativa. Seminale.
• Il cuore è un cacciatore solitario (Einaudi), di Carson McCullers. Quando la McCullers, fondamentale scrittrice USA, nata e cresciuta in Georgia (1917-1967), scrisse questo romanzo aveva solo ventitré anni. Ma la maturità della sua voce risulta ancora oggi impressionante. Scritto in un momento di grave infermità, lo pubblicò nel 1940: il libro affronta con potente lirismo i temi dell'alienazione e della solitudine. Riconducendoli ad un universo poetico che potrebbe fare il paio con le fotografie di Walker Evans o ancora meglio con le tele di Edward Hopper. Le prime pagine del romanzo sembrano infatti restituire al lettore l'opera forse più conosciuta del repertorio del grande pittore precisionista, Nighthawks (i nottambuli), un locale asettico, dalla cui immensa vetrata emergono quattro anime, il barista e tre avventori al bancone, il primo di spalle, altri due uno accanto all'altra ma non di meno soli, isolati, privi di slancio. Così nel romanzo: quattro protagonisti gravitano intorno alla figura del sordomuto John Singer, un mite e tranquillo orologiaio (come il padre della scrittrice nella realtà), passivo interlocutore scelto come depositario delle angosce di tutti gli alienati e disadattati di una piccola città del profondissimo sud. Prigioniero del silenzio, John non può ascoltarli ma, impossibilitato a farsi carico delle loro pene, arriva a giustificarne la violenza e i ricorrenti vizi per mezzo dei quali queste figure tragiche tentano di lenire la propria incurabile solitudine. Tenta di leggere faticosamente le parole sulle loro labbra e di rispondere col movimento delle mani affusolate per alleggerire il fardello del loro tristo destino («Il ricco lo considerava ricco quanto lui, il povero lo paragonava a se stesso… Ognuno descriveva il muto quale lo voleva»). E paradossalmente, il silenzio di Singer finisce per fornire una qualche risposta alle urla represse di chi gli sta attorno: poiché i suoi occhi sembrano comprendere «altro» (segreti, dolori, aspirazioni e sconfitte). Tra il muto e i quattro comprimari (un vedovo proprietario di un piccolo caffè, una strana ragazzina con la passione per la musica, un fallito agitatore socialista col vizio dell’alcol e un medico nero marxista e disilluso) si stabilisce un delicato equilibrio che finirà tragicamente: Singer, perduto l’amico, verrà a sua volta travolto dalla solitudine arrivando a togliersi la vita con uno sparo. Straziante.
• La via del tabacco (Fazi), di Erskine Caldwell. Il meridione di Caldwell è un Sud atavico e rurale, privo di aloni romantici: sconfinate distese di terra fiaccate dalla siccità e da un sole perennemente a perpendicolo, fette di mondo popolate da un'accozzaglia di poveracci cui la ferocia della Grande Depressione ha sottratto ogni prospettiva futura, gente ridotta allo stato brado da una crisi economica che ha fagocitato torme di nullatenenti costringendoli a vivere di stenti mentre una ristretta cricca (la solita) di maggiorenti rimpinguava impunita le proprie casseforti. Attraverso un'ironia sottotraccia che non si perita di sfiorare il grottesco, questo grandissimo scrittore ha avuto il coraggio di mostrare alla ridente e fiduciosa America la propria faccia più oscura, quella più torbida e sgradevole, descrivendo il baratro di degradazione in cui l'uomo precipita quando è costretto a mollare gli ormeggi della dignità. La Via del tabacco fu il li che regalò in breve un posto d'onore nell'Olimpo della Grande Letteratura (assieme sicuramente a il piccolo campo, altra opera rappresentativa dell'autore). La vicenda narrata dal libro è da intendersi come una dirompente denuncia al sistema capitalistico e descrive, con piglio espressionista non privo di elementi comico-grotteschi, i drammi - quelli sì, molto realistici - della povertà, dell'ignoranza e dei contrasti razziali tra la gente delle campagne degli Stati del Sud. Protagonisti sono quindi questi «poveri bianchi» della Georgia («white-trash» è la definizione corrente), caratterizzati da un'ottusità quasi parodistica, figlia di un'estrema miseria materiale e morale. Il fulcro del racconto è la famiglia Lester: la moglie Ada, la cui unica aspirazione è avere un vestito e un cappello nuovi, la vecchia nonna sempre alla ricerca di cibo e tabacco, la piccola Pearl, infantilmente atterrita dal marito cui suo padre l'ha letteralmente venduta, Dude, il figlio sedicenne un po' svalvolato, e Bessie, la predicatrice quarantenne che se lo è sposato. Ma su tutti campeggia il capofamiglia Jeeter che da anni si ostina a coltivare il cotone, rifiutandosi di andare a lavorare in fabbrica - dove potrebbe guadagnare abbastanza da mantenere la famiglia. Unico e inesorabile.
• Figlio di Dio (Einaudi), di Cormac McCarthy. Il romanzo è un’esplosione di macabra e “impietosa” pietà: Lester Ballard, il protagonista, è uno dei tanti poveri bianchi che abitano le catapecchie e i cortili del Sud rurale americano: le campagne fuori del tempo e dalla storia, dove la vita è scandita da linciaggi e pubbliche impiccagioni, dove promiscuità e incesto sono la regola, dove la miseria e l’abiezione rendono incongrua, quasi surreale, la sporadica comparsa di un’aula di tribunale o di una stanza di ospedale. Nello spazio di una breve e gelida stagione, Ballard, il freak e solitario contadino, amante della caccia e del whisky, si trasforma in un cacciatore di uomini: da feticista a stupratore, poi assassino e necrofilo. Ma Lester Ballard è un uomo come gli altri, un figlio di Dio, la sua ferocia non ha bisogno di pretesti e tantomeno di giustificazioni per rivelarsi. Figlio di Dio è la cronaca terribile e appassionante della sua ultima stagione di caccia nonché della sua lenta trasformazione in un animale, il ritratto di un “povero bianco” non voluto dalla società. McCarthy, potentissimo scrittore del Tennessee, è unico nel suo stile: la sua penna riesce ad essere prima estremamente lirica e docile nel raccontare il clima del sud, le sue montagne, la sua natura per poi divenire estremamente violenta, macabra e impietosa quando racconta di stupri, incesti e necrofilia. Un finale tutt’altro che scontato è il giusto epilogo ad un romanzo che poteva essere concepito solo dall'unico, degno erede di Faulkner. Abbacinante.
• Un gelido inverno (Fanucci), di Daniel Woodrell. la storia di Winter's bone (titolo originale) mette magnificamente in scena una fiaba poetica e cupissima ambientata nella peggiore white-trash del Missouri, un popolo di rednecks che sbarca il lunario smerciando crack asserragliato in bellicosi clan familiari in mezzo agli antichi boschi di Ozark, una terra che racchiude in sé molte delle contraddizioni della (ex) Potenza Mondiale - né Sud, né Nord, il Missouri vive da sempre una profonda, sanguinaria lacerazione interna: è la regione in cui spadroneggiarono i ribelli dopo la Guerra di Secessione e che non a caso diede i natali a figure mitiche e ribalde come Jesse James e Bloody Bill Anderson. «Sono una purosangue, una Dolly fatta e finita!», ribadisce spesso Ree, la diciassettenne protagonista del libro, che s'impunta a indagare sul padre scomparso nella valle omertosa: e da questa affermazione si può capire quanto tosto sia il personaggio e quanto la trama riesca, con pochi agili step, a definire un dramma d'impianto classico che pesca a piene mani dal genere statunitense d'elezione: il western. Come in un epico western, infatti, Ree dovrà affrontare i bifolchi che (forse) gli hanno ucciso il genitore per capire che fine ha fatto questi, un raffinatore di anfetamine di mezza tacca che prima di sparire ha impegnato la casa in cui lei si prende cura - con abnegazione degna d'una mamma-orsa - dei due fratellini e della madre catatonica. Una magnifica storia punteggiata da sceriffi, avversità, fazioni contrapposte, confini da varcare e montanari violenti. Un'elegante, fascinosa e struggente discesa negli inferi dell'America meno scontata.
• Crepuscolo (Ed. Gea Schirò), di William Gay. Il giovane Kenneth Tyler e sua sorella Corrie si ritrovano a scoprire che la bara del loro padre defunto è stata profanata. Ma scoperchiando altre tombe capiscono che c'è di peggio: cadaveri evirati, morti composti in fogge oscene. A dedicarsi alle perverse pratiche necrofile è l'impresario funebre, tale Fenton Breece. Mentre sua sorella vorrebbe ricattare il becchino, il ragazzo è invece ossessionato dall'idea di consegnarlo al giudizio della legge e degli uomini. Deve però sfuggire a Granville Sutter, un criminale assunto da Fenton Breece per recuperare - ad ogni costo - le prove incriminanti. Comincia così l'avventurosa fuga per la salvezza del giovane Tyler, un inseguimento per le tortuose lande dell'Harrikin, oscura terra di nessuno. Si riverberano gustosi echi faulkneriani in questo splendido Crepuscolo (ma anche tanto McCarthy e forse ancor di più è lo spettro della somma Flannery O'Connor a presidiarne le palpitanti pagine), un romanzo gotico ambientato in un Tennessee sporco e affascinante, cupo e polveroso, firmato da uno scrittore in patria molto frequentato che risponde al nome di William Gay, non a caso accomunato dal critico Tony Earley ai grandi padri della southern literature sulla New York Times Book Review. «Gay scrive con la pazienza e la saggezza di un uomo che è stato testimone di momenti durissimi e ha imparato che la paura, nevrosi e violenza non faranno tornare prima la serenità. lui guarda alla bellezza e alla violenza con equanimità e fa un resoconto dettagliato della lotta tra il bene e il male che il cuore dell’uomo racchiude». È autore dei romanzi The Long Home e Provinces of Night e della raccolta di racconti I Hate to See That Evening Sun Go Down. Crepuscolo è il suo unico libro tradotto in italiano.
• La morte corre sul fiume (Adelphi), di Davis Grubb. Un delinquentello che fredda i due commessi d'una banca del West Virginia e fugge col malloppo per poi farsi arrestare, meritandosi il patibolo; diecimila dollari scomparsi nel nulla e il segreto della loro ubicazione nelle esclusive mani del figlioletto del condannato a morte; un predicatore assassino-seriale con le scritte LOVE e HATE (amore e odio) tatuate sulle nocche che anela spasmodicamente al denaro, convinto di commettere crimini per conto dell'Altissimo; e poi ancora le lugubri filastrocche infantili, le ombre che si allungano sui costoni delle acque torbide, e il perbenismo ipocrita della gente inzuppato nell'afoso torpore del villaggio di Cresap's Landing, galvanizzato dalla fame e dall'avidità in un'epoca di crisi profonda come la Grande Depressione: questi e molti altri ancora gli elementi che rendono magistrale La morte corre sul fiume, strepitoso romanzo del 1953 di Davis Grubb per anni rubricato - con un certo sprezzo - alla voce «thriller» e che invece, inserendosi di prepotenza nella migliore tradizione southern-gothic, risulta molto di più che un giallaccio infarcito di futili richiami all'opera di Steinbeck: infatti, attraverso uno spericolato percorso fra i giunchi e le tife del fiume Ohio, questo libro ha la capacità di mettere a fuoco uno spaccato della provincia più rurale e puritana degli USA, una nazione forgiata dalla perpetua dicotomia tra peccato ed espiazione e dall'ambigua lotta tra bene e male. Modulata in un'affascinante barcamenarsi tra tempo reale e flashback, la narrazione passa dalla visione disincantata degli adulti e quella inconsapevole dei bambini (John e Pearl, i due veri protagonisti della storia) ed è quasi sempre in terza persona - ad esclusione di una porzione nel finale in cui il piccolo John si sostituisce al narratore esterno. La scrittura è impreziosita da uno stile moderno, ritmato e pregno di metafore che ben si adattano alla rappresentazione di una comunità perfettamente in simbiosi con i moti della natura lussureggiante che la circonda. Dal libro, tutto giocato sul nugolo di tensioni tra i personaggi che sottotraccia s'intersecano in un crescendo di suspense, venne tratto nel 1955 un altrettanto magnifico film a firma Charles Laughton, con Robert Mitchum e Shelley Winters protagonisti, una pellicola in grado di rendere in maniera sapiente l'humus espressionista su cui regge l'intera storia grazie ad un bianco e nero e ad una fotografia degni di Murneau, perfetti nel restituire il contrasto tra la serenità ancestrale della natura e il furore indemoniato della caccia e della fuga.
• L'avvoltoio (Piemme), di Tim Franklin. Il famoso pezzo Sweet Home Alabama raggiunse il successo nei tardi Settanta grazie all’interpretazione dei Lynyrd Skynyrd. Di quel pezzo ormai storico basta ascoltare l'attacco (le prime note sono davvero conosciutissime) per vedersi comparire davanti agli occhi una serie di frames che cinema e letteratura ci hanno indiscutibilmente insegnato a legare a una determinata area geografica: quella del Sud degli Stati Uniti. Paludi mefitiche, locali frequentati dalla peggiore teppaglia, bifolchi sbevazzoni e stivali di cuoio fetenti: cose di questo genere, tipiche istantanee di un immaginario southern che ritornano prepotenti anche leggendo questo folgorante romanzo di Tom Franklin. Non è un thriller (il titolo italiano è fuorviante) ma è uno dei migliori romanzi americani recenti: un dramma della lealtà e della solitudine nello stato rurale del Mississippi, il luogo dove «la terra sapeva come coprire i torti della gente» - e lo sa ancora. Protagonisti due uomini, oggi quarantenni e un tempo amici: Larry Ott, bianco, stravagante solitario americano che vive in una casa isolata e sconta il sospetto dei suoi concittadini per la sparizione di una ragazza, venticinque anni prima, e Silas “32” Jones, nero, agente in servizio nella cittadina di Chabot, dove è tornato dopo essersene andato poco più che ragazzo per studiare e giocare a baseball (“32″, il nomignolo, era il suo numero di maglia). L'autore, in poco meno di 400 pagine ricche di pathos, riesce a fotografare con smagliante vividezza il crogiolo di tare che impedisce a questa nostra sgangherata umanità di progredire verso il meglio. Un istante di riflessione, almeno finché un nugolo di avvoltoi non comincerà a svolazzare sulle nostre teste o che un kudzu ci avvolga e non ci lasci più respirare: allora, avremo capito che il tempo a nostra disposizione è così poco. Bellissimo romanzo, un tributo all’amicizia e alle diversità. Consigliatissimo.

7 commenti:

Anonimo ha detto...

Decalogo da sturbo. Non conoscevo solo GRUBB. Provvederò a colmare... ☆☆☆
Pippo

sartoris ha detto...

@Pippo: grande libro, quello di Davis Grubb, te lo consiglio col cuore in mano :-)

LUIGI BICCO ha detto...

Wow. Post del genere sono una manna dal cielo e un disastro per le tasche. Potrei averne da leggere per mesi. Ammetto a cuor sereno la mia scalpitante, curiosa ignoranza: non conoscevo Gay e nemmeno Grubb. E Caldwell è segnato in lista solo perché ne hai parlato non molto tempo fa.

sartoris ha detto...

@Luigi, pensa che ho dovuto cominciare con i nomi più famosi, ma conto a breve di fare un secondo listone anche per i libri, e lì ci saranno un po' di titoli meno noti (quindi mani al portafoglio, ragazzo:-))))

LUIGI BICCO ha detto...

E non vedo l'ora. Per una volta potrei anche perdonarti. Però mi raccomando, vogliamo delle chicche. Tesori nascosti. Che poi già in questo post, ripeto... ;)

Anonimo ha detto...

Ottima lista. Me ne segno un paio.
Fabio

sartoris ha detto...

@fabio sono certo che molti li hai già letti :-))