mercoledì 6 dicembre 2017

su ThrillerCafé...

È ormai uscito da qualche mese un nuovo romanzo di Omar Di Monopoli, il suo primo per Adelphi, Nella perfida terra di Dio. Non posso far altro che rammaricarmi e scusarmi per essere arrivato così tardi nel segnalarvelo, ma più che in ogni altro caso da anni, ho sentito l’esigenza di distanziarmi dall’opera e dall’autore, per verificare se i miei entusiasmi fossero in grado di durare nel tempo.
I miei entusiasmi hanno retto a ogni critica razionale che ho cercato di opporre, hanno passato indenni una rilettura, e hanno superato ogni esame pseudo-oggettivo che ho sentito come dovuto: posso quindi ora dirvi che Nella perfida terra di Dio è il migliore romanzo italiano che il sottoscritto abbia letto nel 2017, non soltanto per quanto riguarda il genere che caratterizza, informa e interessa Thriller Café ma anche per quanto concerne il cosiddetto “mainstream”.
Odio il termine “migliore”: sa di competizione, di gara, di vincitori glorificati e coperti d’oro e vinti che annaspano fra fango e polvere, tutte cose che non mi appartengono, ma credo anche che ci siano termini più adatti di altri a comunicare con la maggior parte dei lettori, che ben probabilmente non la pensa come me, e “migliore” funziona.
Quindi sì, Nella perfida terra di Dio è quanto di meglio io abbia letto da un italiano in quest’anno. Ho atteso però troppo a scriverne, facendomi scrupoli assurdi, e arrivo ora in totale ritardo, in un’epoca nella quale se non si parla di un romanzo nel mese della sua uscita si ha la sensazione di aver perso definitivamente il treno.
Seguo Omar Di Monopoli  dai suoi esordi in casa Isbn (Uomini e cani, Ferro e fuoco, La legge di Fonzi: ammetto però di non aver ancora letto i racconti contenuti in Aspettati l’inferno, rimedierò), ma non ero e non potevo comunque essere preparato di fronte a questo salto di qualità che, senza nulla togliere a Isbn, coincide con il passaggio all’amata Adelphi.
Parlare di salto di qualità spinge a pensare che Di Monopoli, nelle prove precedenti, fosse “immaturo”: nulla di più falso, era già spanne sopra a larghissima parte degli autori italiani “di genere” (e su questa definizione torneremo più avanti), ha sempre saputo con precisione cosa stesse facendo, e semmai era rimasto troppo a lungo confinato nella pur volonterosa ma limitata e limitante avventura editoriale di Massimo Coppola & Co.
Ma il passaggio a quella che ritengo la più significativa, importante e interessante casa editrice del Paese, forse complice un lavoro di editing più accurato e partecipe (e sarebbe interessante parlarne con l’autore), ha comportato un perfezionamento fuori scala, di quelli che di solito richiedono almeno un decennio di lavoro intenso; un percorso laborioso, studiato, torturante ed esigente; una riflessione su scrittura, narrativa e letteratura che molti autori non sperimentano in tutta una vita.
A questo punto servirebbe un mio riassunto della “trama” di Nella perfida terra di Dio: per introdurvi al romanzo e procedere quindi a spiegarvi perché sia rimasto così mesmerizzato, di più, come sia rimasto come quegli animali che attraversano strade in mezzo ai boschi, nottetempo, e rimangono a fissare i fanali della macchina che li investe, senza muoversi, quando basterebbe uno scarto laterale per evitare l’impatto.
Non so voi, ma io sono stanco delle “trame”: ne scrivo quasi ogni giorno, qui e in altre parti, cerco di variare e riformulare, ma più rimesto e più sembra di rigirare e risistemare un corpo morto. In più la trama, o se vogliamo “la storia” di Nella perfida terra di Dio non è nulla di speciale, ed è questo uno dei tanti aspetti straordinari di questo capolavoro: aver preso una ordinaria narrazione criminale e averla trasformata, operando con vocabolario unico (non ne trovate di altri simili fra gli italiani viventi) e grande varietà di registri, fino a tramutarla alchemicamente in oro epico.
Quindi, solo per questa volta e anche perché Adelphi è in gamba in ogni settore e dettaglio e di conseguenza anche nello scrivere sinossi e risvolti, non farò altro che riportarvi quanto scritto sul sito e sul volume della casa editrice: da lì ripartiremo per alcune considerazioni aggiuntive.
Da tempo, al nome di Omar Di Monopoli  ne sono stati accostati alcuni altri di un certo peso: da Sam Peckinpah a Quentin Tarantino, da William Faulkner a Flannery O’Connor. Per le sue storie sono state create inedite categorie critiche: si è parlato di western pugliese, di verismo immaginifico, di neorealismo in versione splatter. Nonché, com’è ovvio, di noir mediterraneo. Questo nuovo romanzo conferma pienamente il talento dello scrittore salentino – e va oltre. Qui infatti, per raccontare una vicenda gremita di eventi e personaggi (un vecchio pescatore riciclatosi in profeta, santone e taumaturgo dopo una visione apocalittica, un malavitoso in cerca di vendetta, due ragazzini, i suoi figli, che odiano il padre perché convinti che sia stato lui a uccidere la madre, una badessa rapace votata soprattutto ad affari loschi, alcuni boss dediti al traffico di stupefacenti e di rifiuti tossici, due donne segnate da un destino tragico, e sullo sfondo un coro di paesani, di scagnozzi, di monache), Omar Di Monopoli  ricorre a una lingua ancora più efficace, più densa e sinuosa che nei romanzi precedenti, riuscendo a congegnare con abilità fenomenale sequenze forti, grottesche e truculente in un magistrale impasto di dialetto e italiano letterario – sino a farla diventare, questa lingua, la vera protagonista del libro.
È un risvolto di copertina perfetto e, se fossi più furbo e/o saggio, mi fermerei qui: dice tutto quel che occorre sapere: correte a comprarlo, fate e fatevi un perfetto regalo di Natale e via, a posto, chiudo il pezzo e siamo tutti contenti.
Ma no.
Molte delle recensioni che ho letto riguardanti Nella perfida terra di Dio rimasticano, ruminano e risputano più o meno il risvolto che vi ho citato. Ma non perché i vari critici e blogger siano pigri, incapaci o altro, quanto perché è quel che c’è da dire, è l’essenziale e sono idee che vengono in testa a chiunque mentre si legge Omar Di Monopoli  i riferimenti sono corretti, i nomi sono quelli giusti, le coordinate perfette e c’è ben poco da aggiungere. Quindi, secondo il less is more, quel che vi dirò aggiungerà ben poco. Flannery O’Connor, su tutti, illumina alcuni personaggi di Omar Di Monopoli   il vecchio pescatore in primis. E non è impresa da poco impiegare con saggezza una delle scrittrici più straordinarie di sempre, anche perché in questo romanzo, che ne cita il nome nel titolo, il Dio tanto caro e tanto temuto dall’autrice di Savannah è assente, non risponde a nessuna chiamata, terrena o meno, non riserva neanche uno sguardo, pietoso o infuriato a seconda del Testamento di preferenza, alle insane formiche che si affannano, errano e tribolano nel torrido e tossico deserto salentino.
Lo dice persino un personaggio del romanzo: «Dio non c’è. Siamo soli. Viviamo come capita e poi tutto finisce. Non c’è altro». Che è poi frase che credo sia difficile da digerire persino per gli scienziati più cinici. «Viviamo come capita» lascia così poco spazio alla volontà, alla decisione, ai programmi, alla speranza, ai patti e promesse, agli amori e amicizie, mette fuori gioco persino il fato, infine non lascia molto spazio o scampo all’individuo. Sa di inciampo, di brancolio e brancichio, sa di dadi gettati con noncuranza e disperazione, in un vicolo di periferia, e poco importa del risultato, tanto domani è la stessa storia, e dopodomani ancora, una fabbrica continua e spietata nella quale conta solo il gesto ripetuto e meccanico di gettarli, quei dadi.
Non so se Dio non ci sia o se semplicemente si rifiuti di rispondere, ma al suo posto troviamo un forte misticismo, e non solo nel pescatore. Il misticismo, mi è sempre sembrato, si accompagna benissimo al sole, ne ha bisogno come le piante, prospera nei deserti più infuocati e salati. E spesso la Puglia di questo autore è un deserto, abitato da scheletri e inondato da un sole che è difficile immaginare qui a Milano. Un sole che fa impazzire tutti, senza scampo, chi in un modo, chi nell’altro.
Una landa inquinata, che esala stasi, il peggior veleno; un cimitero dove non vanno a morire elefanti ma carcasse di automobili, sogni e altra immondizia assortita e, spiace per qualche cantautore, non è che da questi escrementi riescano a nascere poi tanti fiori, appena spuntano il sole li avvilisce e avvizzisce. Nasce violenza, quella sì, nasce incapacità di comunicare e, di conseguenza, di amare, nasce il gesto fisico come unico verbo, come sola diplomazia e compromesso, come esclusivo metodo di scambio e di socializzazione, come soluzione a ogni problema e conflitto, come scelta identitaria.
Quel che il risvolto Adelphi non trasmette compiutamente, forse, è come e quanto i nomi citati, le influenze segnalate, si fondano; quanto il metabolismo intellettuale e culturale di Omar Di Monopoli  sia fluido e capace, possente, in grado di scomporre anche l’ultima proteina nell’amminoacido alfabetico che gli necessita. Tutti quegli autori ci sono, e altri in più (Gadda? Bufalino? D’Arrigo? True Detective? McCarthy?) ma sono assimilati alla perfezione, digeriti e ridistribuiti e non li vedrete mai spuntare in modo “riconoscibile”, non avvertirete mai nessun debole quanto arrogante copia e incolla, non individuerete il copyright, non potrete giocare al noioso e vanesio “scova la citazione” per primeggiare in classe.
Merito della passione, dell’amore, della fatica e del lavoro dell’autore, che ha troppo rispetto per omaggiare male, così, tanto per flettere i muscoli.
C’è tanto cinema statunitense nel far east salentino di Omar Di Monopoli, ma è come se non trovassimo traccia né degli USA né della Puglia: è un altrove perfettamente definito, totalmente credibile, dettagliatamente verosimile, ma spostato di un impercettibile millimetro dal reale, lo noti alla periferia della visione ma quando ti volti per afferrarlo è già altrove.
Forse è una fortuna per il sottoscritto arrivare ultimo a cantare le lodi di Di Monopoli, così posso pavoneggiare nel cortile, tanto per rimanere attaccati a una bestia cara alla O’Connor, e dire che l’autore, fra molto cinema e tv, ha anche anticipato qualche fetta di Godless, ma con un controllo che gli autori netflixiani si sognano.
Il risultato finale è un altrove perfettamente credibile, anzi, un altroquando allucinato, che rimbalza fra oggi e ieri, facendoti capire che non esiste speranza in un domani. Il sole, se non ti getta nel misticismo, è facile che ti spinga alla follia, all’allucinazione, al gesto esagerato, ampio, largo, forte, veloce, rabbioso: che è poi quello che ti aspetti ogni secondo da molti dei personaggi di questo romanzo.
Ci sono due cose che sopporto con molta fatica quando mi occupo di narrativa di genere, per questo o altri siti. Da un lato c’è la logora, usuratissima tiritera del giallo-noir che “è specchio dei tempi e della società italiana”. Dall’altro lato, la caprina-caprona questione della letteratura alta “contro” la letteratura pop/di genere.
Deve essere brutto guardare al mondo e vedere solo bianchi e neri, risibile ma radicata dicotomia. Forse è come quando stavamo all’asilo e disegnavamo l’arcobaleno in sette colori, ben staccati e confinati, tutto a posto nella sua casella, e un colore ha ben poco a che fare con l’altro.
O forse non è brutto: forse è rassicurante vedere il mondo così, e di sicuro aiuta a costruirsi un pezzo d’identità che crediamo precisa e immutabile, ci dona “tradizioni”, appartenenza a qualche gruppo, che significa poi sempre scegliere di non appartenere alla maggioranza degli altri, di gruppi, così come aiuta il libraio a mettere i volumi negli scaffali “giusti” e il consumatore a consumare “giusto”, senza errare e vagabondare e mangiare (per caso! Non sia mai! Fuori controllo!) un colore sbagliato. Pare che a molti non rimanga altro che il consumo come scelta etica e identitaria, e che sia difficile consumare in modo curioso e variegato.
Io però vedo solo sfumature, non mi accorgo esattamente di quando passo dal giallo all’arancio: una delle cose che più amavo, quando lavoravo come commesso in un negozio di candele, era prendere questo “coso” che avevamo sotto il banco, questo insieme di pantoni (o è un solo pantone?) e scorrere le varie sfumature, erano tantissime, quel coso era molto spesso. Non ti accorgi di passare da letteratura bassa ad alta, da genere a mainstream, da innovazione a classico, sebbene esistano tutti.
Omar Di Monopoli riesce a compiere questo miracolo: lo leggi e non sai se sei dentro una narrazione criminale o altro, non sai se questa Puglia iperreale e ultradimensionale rispecchi i problemi della Puglia “vera” o meno, se quanto è narrato stia avvenendo oggi o ieri. E allo stesso tempo le sai tutte, queste cose.
E l’autore non fa altro che ripetere in piccolo la grande azione della sua casa editrice, che pubblica Ian Fleming accanto ai miei amatissimi Vladimir Nabokov e Milan Kundera, in un arcobaleno che vortica troppo velocemente per permettervi di segnare confini: tanto i confini son sempre squallidi e bugiardi, non state a tracciare rigacce inutili. Deve essere una sensazione magnifica stare in scuderia accanto a questi maestri, chissà che soddisfazione! Ci sarebbe, infine, da affrontare la questione della lingua, del vocabolario impiegato in Nella perfida terra di Dio  Ma è tardi ed è troppo, per me. Molto semplicemente: non sono dotato dei mezzi culturali per affrontare la questione.
L’autore scava e rovista nell’italiano con pala e piccone che non so dove abbia trovato e che darei un braccio per averli anche io, strumenti tanto possenti violenti quanto delicati e chirurgici che rivelano incessanti vene preziose di termini.
Di Monopoli fa brillare dinamite nella cava della nostra lingua e trova molto più materiale, qualitativamente e quantitativamente, di quel che c’era prima dell’esplosione. Che, appunto, è miracolo impossibile ma, a quanto pare, solo improbabile.
Omar Di Monopoli  mi fa sentire analfabeta, posso dire questo.
Ma è un bene eh: quando ti senti analfabeta non vuoi rimanere tale e cominci a sbatterti, impari vocaboli, cerchi cose sul dizionario, ti stupisci, sei contento di apprendere.
Ecco, sì, “ti stupisci”: lo stupore è la sensazione dominante di fronte a Nella perfida terra di Dio. Stupore e mistica fioriscono attigui e rigogliosi sotto il dio-sole.
Quindi… se magari siete stanchi di commissari con problemi e idiosincrasie, di squadre poliziottesche affiatate ma con contrasti, di carabinieri anche un po’ criminali, di detective con traumi del passato o di serial killer afflitti da modus operandi artistici e cronici; se avete voglia di mettervi alla prova e di scoprire inevitabilmente di essere ignoranti; se cercate un romanzo al termine del quale sarete diversi, più ricchi e densi; se volete stupirvi e stupefarvi senza prendere pilloline o sniffare polverine, Nella perfida terra di Dio può fare al caso vostro.
È quel periodo dell’anno: fatevi un regalo, ne sarete felici. 

giovedì 9 novembre 2017

...su Libreriamoci

Sia ben chiaro: chi mette piede Nella perfida terra di Dio, dopo non sarà più lo stesso. Tornare quelli di prima, dopo un’esperienza di ammaliante intensità come questa, resta solo miraggio per sprovveduti. Il titolo lo annuncia, la copertina lunare col greto di Cellina di Luca Campignotto lo lascia presagire, la potenza sconcertante della lingua lo conferma fin dalle prime righe: siamo in un altro mondo, un universo parallelo ancestrale e rude, lontano dall’immagine rassicurante della Puglia da cartolina con i cieli azzurri e il mare cristallino che piace ai turisti d’agosto.
L’ultimo romanzo di Omar Di Monopoli, edito da Adelphi, squarcia ogni umana sicurezza e, aprendo orizzonti devastati e devastanti, carica il lettore di quella e primordiale speranza che apre il cuore, quando si incontra lo Scrittore puro. Ogni vocabolo è misurato e pesato, quel tanto da colorare la narrazione di tinte fosche, come solo a Omar è concesso di fare.
“Dal golfo soffiava l’eco di una tempesta sul mare e un grigio sigillo di cumulonembi era giunto da sudovest ad annerire il crepuscolo. L’aria, ancora calda come un braciere, si smembrava e precipitava svagando ovunque sentori di ozono e argilla bagnata.”
Una scrittura che si fa carne e sa macchiarsi di sangue, mischiandosi al nero, pur restando poesia ai margini di un tempo lento e maledetto, in cui l’unica redenzione possibile resta un grilletto non premuto, per un uomo che si è perso altrove, lontano dai figli e da una terra intrisa di veleni e straziata dal malaffare. Per poi tornare, quando nessuno se lo aspetta.
Quando il latitante Tore della Cucchiara ricompare nella sua Rocca Bardata, immaginario paese del Salento tra Taranto e Brindisi, anche i suoi stessi figli sembrano non volerlo più, fermamente convinti che quell’uomo sia portatore unicamente di guai. Il minore neanche lo riconosce.
“Pure se la cosa ti sfastidia, sentenziò l’uomo allungandosi a disarmarlo con un gesto reciso eppoi liberatosi della doppietta tra le frasche a bordo del sentiero, io e te l’ istesso sangue teniamo. È bene che te ne fai capace. Si può sapere chi è sto minchione? S’approssimò Michele grattandosi una natica. (…) Ma che? Papà nostro è? Domandò alla fine in uno iato. L’altro si limitò ad annuire.”
La scrittura di Omar di Monopoli è immersione indimenticabile in un Salento del quale non vorremmo neanche immaginare l’esistenza, eppure ci troviamo catapultati in questa narrazione sublime che ci risucchia, con le sue girandole di parole, aggettivi deliranti, termini dialettali che sembrano impastati con la stessa terra rossa dei luoghi di Puglia che descrive.
Due sono i piani narrativi: il “prima” e il “dopo”, che all’inizio frastornano il lettore, poi lo conducono verso la conclusione, che, come nei migliori romanzi, si stringe ad imbuto in un crescendo vertiginoso di emozioni, scandite da un ritmo narrativo sostenuto, che dà corpo alla caleidoscopica sfilata di personaggi che si agitano sulla scena. E sembra di vederli, i brutti ceffi che popolano questa terra a Sud dei Santi, terra di spari, di roghi, di morti ammazzati, di atroci vendette, di ciarlatani vestiti da santoni, di suore corrotte oltre ogni limite, in cui l’unica religione possibile resta il profitto degli scellerati, ai danni dei pochi stupidi che restano a marcire, mangiando i frutti di una terra coltivata col sudore, rimestando zolle e scorie tossiche.
“Arrivò in groppa al Cagiva sputacchiante del suo socio, incipriando di dervisci di polvere finissima la viottola che conduceva alla catapecchia del guaritore. L’estate salentina arrancava in oro liquefatto colando sui campi granata ai lati del podere, e Tore, la maglietta già grondante per il caldo, parcheggiò la moto nei pressi di una mangiatoia per polli arrugginita, sotto il baldacchino di una coppia di giuggioli.”
Chi calca la perfida terra che si apre a ventaglio sotto i piedi, leggendo queste pagine, sente accapponarsi la pelle per la crudezza raccapricciante di alcune atmosfere, ma poi non può che inchinarsi di fronte alla maestria di una delle penne più dotate della letteratura italiana. Un lessico incredibile orchestra visivamente ogni situazione, e la pagina diventa pellicola in cui gli unici effetti speciali sono le parole.
“Quando le autorità ebbero espletato tutte le procedure previste, lasciandolo solo e ribollente d’ira, l’uomo al pari d’un vitello marchiato a fuoco, s’abbandonò a un lungo terribile urlo che non sembrò minimamente scuotere né glorificare la squassata fissità di quel microscopico lembo della perfida terra di Dio. Rimase tutto tale e quale, e alla fine il silenzio senza peso del tempo calò unanime e indifferente a riguadagnare il proscenio.”
Western pugliese, dice qualcuno.
Noir mediterraneo, dicono altri.
Capolavoro, dico semplicemente io.

martedì 19 settembre 2017

Labellarte su OfcsReport...

“Sono più che consapevole del fatto che nell’intero Mezzogiorno vi siano amministratori e operatori della giustizia che da anni stanno lavorando con impegno e solerzia per affrontare e correggere vecchie problematiche legate al crimine, all’abusivismo e al malaffare”. Non c’è alcuna perfidia nelle parole di Omar Di Monopoli che con un’intervista a Ofcs Report racconta il suo ultimo successo letterario dal titolo Nella perfida terra di Dio, che ufficializza il suo passaggio alla casa editrice Adelphi. Un racconto con cui valuta l’attuale mezzogiorno italiano, nello specifico quello della ‘terra di Puglia’, dove egli stesso risiede. Per l’autore la critica coniò per la particolare tipologia del suo primo romanzo, Uomini e cani, la definizione di ‘western-pugliese’. Nei romanzi dell’autore pugliese, il tema del sociale attraverso la letteratura diventa così anche un prodotto di riflessione sulle perenni problematiche di un mezzogiorno che in realtà non si è ancora liberato della questione meridionale.
“Mi illudo di ordinare il caos del mondo con una penna” con questa affermazione ha voluto sintetizzare la sua missione letteraria. La letteratura, secondo la sua opinione, potrebbe essere un valido supporto al contrasto della criminalità?
“Certo, come ogni espressione artistica lo è nella misura in cui accende i riflettori su argomenti e questioni che si vorrebbero tacere. La letteratura, inoltre, ha nello specifico quel particolare ‘addendum’ di spingere e condurre il lettore alla riflessione su temi magari scottanti. Almeno, un certo tipo di letteratura riesce a farlo, poi, ovviamente, non sempre i libri, o gli autori, sono all’altezza di un compito siffatto. Va però specificato che nessuno scrittore scrive con la consapevolezza di dover necessariamente sollevare questioni importanti. Questo perchè è un’aspirazione che deve sicuramente accompagnare la stesura di un ‘opera, di qualsiasi genere essa sia, ma guai a calcolare tale progetto a tavolino, si rischia la didascalia e la presunzione mentre per un autore la priorità assoluta deve sempre essere null’altro che la storia da narrare. Che poi essa coincida talvolta con la Storia con la S maiuscola è un altro paio di maniche.
Secondo una sua recente opinione la Puglia “nasconderebbe un coacervo di problemi che sono ancora retaggio della mai risolta questione meridionale” non crede però che negli ultimi anni le amministrazioni locali si stiano impegnando a creare una Regione migliore e più appetitosa dal punto di vista turistico, commerciale e della qualità della vita e della sicurezza?
“Non si può naturalmente fare di tutta l’erba un fascio e sono più che consapevole del fatto che nell’intero Mezzogiorno vi siano amministratori e operatori della giustizia che da anni stanno lavorando con impegno e solerzia per affrontare e correggere vecchie problematiche legate al crimine, all’abusivismo e al malaffare. Ciò non toglie che, a dispetto della patina di oleografia che ha saputo fare del sud (e della Puglia in cui vivo in particolare) una meta di grande appeal dal punto di vista turistico, il meridione resti una zona altamente problematica e contraddittoria. Parlo di un luogo che d’estate si accende di rutilanti luci magiche e ipnotiche vibrazioni sonore ma che poi però, quando la bella stagione finisce, la realtà torni a chiedere il suo obolo e all’improvviso ci si rende conto che i veleni dell’Ilva e i fumi della centrale di Cerano continuano a rendere mefitica l’aria, che la Sacra Corona Unita è una mafia sconfitta solo sulla carta, basti guardare a quello che continua a succedere nel Gargano, dove le Società si affrontano a colpi di kalashnikov come nei film americani, e che la mancanza di lavoro e una politica ancora feudale non cessano di osteggiare qualsiasi progresso verso il futuro per questa terra disperata”.
Lei scrive: “Aveva interessato quelle latitudini sullo scorcio degli anni Ottanta, quando il calo produttivo dovuto alla crisi dell’ acciaio aveva imposto al polo siderurgico di Taranto, uno fra i più grossi e inquinanti d’ Europa, di smantellare parte dei cantieri e licenziare senza misericordia”. Le do una buona notizia: di recente l’ attuale amministrazione ha rassicurato i sindacati, confermando l’obiettivo di portare il gruppo Ilva al successo industriale che merita, nel rispetto della sostenibilità ambientale e di un miglior rapporto con la comunità tarantina. Che romanzo ci scriverebbe?
“Guardi, il romanziere non fa il sociologo, l’antropologo né tantomeno il politico. Chi scrive storie si sforza di fotografare la realtà che lo circonda attraverso un proprio personalissimo punto di vista e non cerca risposte, anzi sovente il suo lavoro si giudica dalla capacità di sollevare domande. Io personalmente scrivo romanzi noir, libri dai toni volutamente cupi e a tratti espressionistici, quasi gotici. È una mia cifra che rivendico perché calcando sui toni riesco a mettere in rilievo le differenze. Evidenzio le criticità tramite l’eccesso di bianchi e di neri. Non posso quindi che plaudire a un eventuale miglioramento delle condizioni relazionali tra il più grande stabilimento siderurgico d’Europa e la comunità che vive e muore attorno a esso, ma sono portato per esperienza - e forse anche per un Dna tutto meridionale, una sorta di sesto senso non necessariamente costruttivo - a diffidare delle promesse accalappia voti. Staremo a vedere. Vigilando con attenzione ed eventualmente continuando a scrivere per documentare l’ennesimo tradimento perpetrato ai danni di questa perfida terra di Dio”.

lunedì 18 settembre 2017

Chiara Lecito su CrapulaClub...

Nella perfida terra di Dio di Omar Di Monopoli è un romanzo viscerale, scorticato e fragile, la cui materia narrativa è ridotta all’osso e impregnata di sangue.
La storia di Tore della Cucchiara, che ritorna nella sua terra per rimettere le cose a posto, si svolge in un microcosmo, il paese di Rocca Bardata, rappresentato come un universo nel quale ogni elemento tende all’assoluto e sprofonda nell’abisso, talmente chiuso in se stesso che ogni intromissione esterna (la trasmissione “Occhio alla notizia”, l’intervento della polizia) appare superficiale e sminuente.
Combatti, figlio mio, vinci la subdola pervicacia della sua tirannide, lo spronò ebbra di furore mentre l’idiota tornava a nerbarsi la schiena: si frustava lacerando brandelli di pelle che ricadevano ai suoi piedi simili a trucioli appena usciti da una pialla. Così, piccolo mio, così. Devi punirti per mettere a tacere il Malvagio una volta per tutte.
Sentimenti e azioni assumono caratteri tanto estremi da abbattere i limiti della ragione; ne consegue una vicenda che da sola alimenta il suo fuoco e si brucia, sprigionando un aroma di fatalità che i personaggi non riconoscono ma sentono vibrare nelle viscere, attraverso dinamiche di azione e reazione dal sapore di tragedia greca, laddove l’odio si mescola all’amore e si trasmette di generazione in generazione, senza filtri, cambiando solo l’oggetto a cui si rivolge.
Nella perfida terra di Dio è scritto in una lingua animalesca e aulica, epica ed esplosiva, in perfetta coerenza con i fatti; ci troviamo al cospetto di uno stile che, a prescindere dal genere, si situa al di fuori delle classificazioni di basso e alto, proprio in virtù della sua distruttiva vitalità e della purezza delle sue commistioni: ogni elemento concorre a restituire quell’idea di potenza, di durezza, di impermeabilità alle sfumature che trasfigura la brutalità in vigore, riuscendo a farci riconoscere come intimo un sentire (e un vivere) che siamo abituati a classificare come mostruoso, o inferiore, o selvaggio.
L’altro balbettava il suo diniego come un disco rotto. Come faccio? disse. Come cazzo posso fare? Lei gli rispose con un sorriso amorevole. Lo hai già fatto, disse in un singhiozzo. Fin dal primo giorno. Ma non è solo tua la colpa. Cìmu rrivati assieme fino a quài. Però una cosa buona io e te l’abbiamo fatta, Tò. È a loro c’àmu a rendere conto.
L’autore fertilizza quella perfida terra mitica composta da figure immense e spietate e di valenza archetipica, che ci affascinano e ci scuotono proprio perché radicalizzano le più cupe e disturbanti verità: il riconoscimento della nostra atavica ferocia e delle nostre pulsioni più basse (e al contempo più pure) si conferma come l’unico punto di partenza di cui disponiamo per poter non solo vivere pienamente, ma anche per riuscire a cambiare direzione, aprendoci al diverso e al suo valore che potrebbe salvarci. Alla luce di ciò, la timida e riluttante fiducia di Tore verso la legalità, attraverso il contatto con un tutore della legge distante ma comprensivo nei riguardi delle selvagge dinamiche di Rocca Bardata, diventa significativa, perché permette al mito di oltrepassare i confini del libro, senza privarlo della sua dilaniata potenza ma donando a esso, e al lettore, nuovi margini di immaginazione.
Il romanzo di Di Monopoli non è soltanto una storia ricca e vivificante, ma anche un viaggio attraverso un qualcosa di essenziale e immenso, di così personale e sconosciuto da aver bisogno di essere sempre ribadito; e la tensione etica che anima ogni frase de La perfida terra di Dio entra nel cuore e nella testa e vi rimane, al contempo fresca e antica. (qui l'originale)

venerdì 15 settembre 2017

Abiusi su fatamorgana...

È da molti anni, forse dalla scomparsa di Gesualdo Bufalino, che la narrativa italiana sembra aver disperso quella che era stata ‒ anche in autori “realistici” come Pasolini, per non dire, sul versante opposto, delle neoavanguardie, impegnate, si sa, nel gioco a-linguistico ‒ una sorta di etica del lemma, del sintagma: il precipitato fonico del racconto e l’organizzazione, anche acustica, che restituiscono la concreta sostanza delle cose. È l’isolamento della parola e dell’oggetto, pur nell’orchestrazione del discorso, la concentrazione sul nome, a far emergere tutta una fisica della letteratura (e di qui ciò che la trascende, la stilizza ed estranea proprio in via materica), un brulicare di sostanza e suono, di sostanza nel suono, che manca a gran parte della narrativa italiana contemporanea, compressa dall’ansia di comunicare (e consumare) la vicenda, le peculiarità della storia. Un’ansia che si traduce il più delle volte in una scrittura anodina (una paratassi spinta fino all’“americanismo”) e nella specificità letteraria (ma una letteratura “di servizio” appunto), priva di stile cioè di un disegno altro, riguardante la consistenza del linguaggio e della sintassi, il surplus di mondi semantici che così si delineano.
A quest’ansia peraltro sfuggono autori come Michele Mari, Emanuele Tonon, il Giorgio Vasta del Tempo materiale e pochi altri, impegnati, ognuno a suo modo, a restituire peso, suono, spazio alla parola. Tra questi, in maniera singolare, guardando in qualche modo al racconto di genere (con tutto quello che comporta in termini di immediata fruibilità) c’è Omar Di Monopoli, di cui recentemente Adelphi ha pubblicato Nella perfida terra di Dio. Di Monopoli è intento a una scrittura, a un lavoro sulla lingua italiana, su una “nominalità” che si concreta in virtù dello scarto, del transito, proprio fuggendo, in virtù della lingua, da quella specificità tutta letteraria di si cui diceva prima.
Con questo romanzo Di Monopoli si addentra verso l’interregno spurio, limaccioso, posto tra le modalità di espressione e tra i generi. Un luogo (di sedimentazione semantica) che prende le forme di un luogo: Rocca Bardata, paese scalcinato della Puglia tarantina, tra cagnacci ottusi, bavosi, radure tignose, melme e scorie di falde acquifere, fino a cieli tramontanti e rudemente stellati, che dicono della natura contaminata di questa scrittura (tra dettato brado e picchi lirici) e in cui convergono la storia d’amore, il referto sociale (sia pure camuffato), la storia di gangster, il racconto neo-western, e poi neo-gotico.
Mescolanza dei generi appunto, ma anche riferimento costante ad altri linguaggi, soprattutto il cinema e il fumetto, del quale Di Monopoli recupera certo automatismo di gesti, di dialoghi: una estroversione priva di retroterra psicologico. Qui si mescolano la consequenzialità da tavola fumettistica dei personaggi invischiati nella loro sommaria, stereotipa vitalità; la composizione calcata e icastica delle scene, come la sparatoria tra i Della Cucchiara e i banditi al seguito di “Ngannamuerti”, sulla scalinata di una sala da biliardo, che nella sua minuziosa, claustrofobica spazialità, ricorda la sequenza di Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino, ambientata nel sottoscala di una cantina a Parigi, in cui Archie Hicox, con gesto sospetto, ordina “tre bicchieri” scatenando la carneficina.
Bastardi senza gloria (Tarantino, 2009).
Il cinema allora: a parte gli assedi a colpi di pistola e fucile dei mucchi selvaggi contro il vendicatore asserragliato, spiccano nel romanzo le sequenze gotiche, demoniache (ma come abbassate, nella terragna atmosfera di un realismo rurale) ambientate in un monastero in perenne penombra, in cui si consumano folli uccisioni, penitenze sanguinarie, violenze carnali sottaciute. Vige inoltre tutto un erotismo che non esplode mai, non viene mai esplicitato, inquadrato in primi piani sessuali, ma pare implicito alle forme, fermentante nei fuoricampo e nella composizione degli scorci, attagliato alla carnalità di uomini imbolsiti, tarchiati, e delle donne soprattutto, che sia Antonia, turgida, statuaria nella sua “incubazione” in una baracca, un campo infesto, o la novizia “dalle guance a mela” (sferzata dal cilicio e gocciolante di sangue), o la vecchiezza flaccida, feconda di Narcissa, la madre superiora stuprata da una ganga di contadini ubriachi: quasi che il genere non sia che una stortura e un’inferenza della realtà più terrigena, cenciosa, violenta.
È una zona di commistione Rocca Bardata, un cafarnao di generi, registri e linguaggi, che prende sostanza, colore, plasticità nell’uso della lingua, nei sintagmi organizzati frequentemente sul periodo protratto, ponendosi “in fuga” dal dominio paratattico, dal linguaggio anodino e standardizzato.
Il lavoro sulla lingua italiana di Di Monopoli fa uso soprattutto di aggettivi e participi che sottolineano, puntualizzano una nominalità discontinua, bastarda: dal letterario, al regionale, al popolare, senza temere la corriva nomenclatura fatta di Cagiva “tappezzata di decalcomanie rifrangenti”, di Audi, Ray Ban, Apecar, Muratti esistenti solo in virtù del loro crepitio in alta stereofonia. Tutta una nomenclatura, cioè, che fissa l’azione entro i suoi tempi (il “prima” e “dopo” secondo cui è montato il racconto) e i suoi spazi: quelli di una ruralità ruvida, sporca, scalcagnata, e la riconduce ai meccanismi codificati dai generi (i personaggi fanno esattamente le stesse cose, gli stessi gesti visti nei film di Leone, Dario Argento, Tarantino, o discendenti piuttosto dai romanzi gotici o da quelli d’appendice): solo in questo automatismo (per giunta icastico), in questo riprodursi di feticci, risulta la coalescenza tra lingua e genere.
La lingua concatena gerundi, avverbi, specificazioni, dettagliando al massimo (appunto feticisticamente) i sintagmi che si riversano nei luoghi, nelle cose. Lingua che si articola nel periodo, in una scrittura sinuosa, vigente sulla superficie corposa degli oggetti, salvo poi frantumarsi e serrarsi nella concisione del gergo e del dialetto. Sembra ci sia in ciò una strana consapevolezza, quasi un piacere fanciullesco, di Di Monopoli  nell’uso del periodare giocato sulla durata, come se un che di Gadda si fondesse con il fumetto, con l’accumulo di parole e di oggetti (e situazioni) seriali.
Le cose comunicano, anzi si orchestrano, interagiscono tra loro, in superficie, collocandosi nello spazio, nel dettaglio dei luoghi, con effetti fosforici, plastici, tale che ad esempio “al margine della piazzola, rischiarata da uno spicchio di luna che morendo versava fuoco freddo nella sua scia, c’era una Lancia Thema ferma” o “il latrato di un cane, sperduto chissà dove, rintoccava in echi digradanti lungo la campagna oltre il guardrail e poi si azzittiva stemperandosi nello zirlare dei sasselli”. Tale corrispondenza, effusione tra le parti del tutto, grazie a frequenti zone ipotattiche in cui la stessa lingua sembra fiorire tra gli sterrati e i casolari coperti d’amianto, si estende a processi metonimici e metaforici, ricorre alla similitudine, per cui “il viso del vecchio Nuzzo è crepacciato e scuro come tabacco” e “una luce bianca come porcellana s’infilava tra decine di balconi che gemevano sotto il peso dei gerani in vaso”, e poi “l’aria ancora calda come un braciere, si smembrava e precipitava svagando ovunque sentori di ozono e argilla bagnata”.
Di Monopoli è intento a ricucire in modo eclatante lo strappo con la tradizione letteraria attraverso il riuso delle figure retoriche più antiche (e forse più usurate: appunto la similitudine), e di qui arrivando a figurazioni e trasfigurazioni che sono strumentali, essenziali a questo genere di narrativa. Di Monopoli cerca di recuperare cioè il letterario (passando per la figura retorica e guardando ad ambiti figurativi, pop) nella misura dell’edificazione di una forma: l’articolazione delle lettere, delle parole, che si correlano e si realizzano nel periodo, per immaginare, inventare le cose. (qui l'originale)

sabato 12 agosto 2017

su Quisalento...

Nella pianura inclemente dove la speranza non muore
(di Cinzia Dilauro)
Bisogna nascerci a queste latitudini, per avvertire il senso di smarrimento che può suscitare una pianura così inclemente, dove la natura è stata divelta e violata a tal punto che l'unica cosa che attecchisce è l'abbrutimento di chi la abita. È Nella perfida terra di Dio che Omar Di Monopoli conduce il lettore con il suo ultimo romanzo, confermando, ancora una volta, le sue doti di scrittore, la sua capacità di narrazione e la sua potenza espressiva. Di Monopoli tira tutti dentro con il suo linguaggio ibrido, quasi una idioma, una mescolanza di parole "inzaccherate" e rozze che s'intrecciano a termini colti, aulici e persino fonosimbolici. Il risultato è una sorta di intensa modulazione atavica e nobile allo stesso tempo.
Una galleria di personaggi foschi, di più, "brutti, sporchi e cattivi", popola un presente compromesso fin dall'inizio. Fin dalla divina apparizione al capostipite della famiglia, a mbà Nuzzo. Sullo sfondo il Mar Piccolo di Taranto e lo sviluppo malato dell'Italsider degli anni Ottanta, da dove la sua crisi mistica innesca una serie di eventi sempre più funesti, in cui ognuno trova l'occasione per esprimere tutte le sfumature della corruttibilità dell'uomo.
Criminali impegnati nella scalata al potere, creduli devoti in fila alla fiera dei miracoli e persino un nugolo di suore con il piglio affarista della madre superiora, probabilmente la più spietata tra tutti, tessono la trama di una storia che appiccica addosso polvere e sporco, toglie il fiato e spazza via ogni speranza.
A guardare, schivare e tentare di sopravvivere a tutto, Gimmo e il suo fratellino Michele, figli di Tore Della Cucchiara che, dopo la morte del suocero mbà Nuzzo, torna all'improvviso a rocca Bardata a sparigliare carte e destini che sembravano segnati. E tutto cambia. Gli equilibri si rompono, il passato è rigurgitato fuori dalla terra infetta e piena di scorie. Non c'è scampo e non c'è salvezza, sangue chiama. sangue e la vendetta non può più aspettare. "Dio non c'è. Siamo soli. Viviamo come capita e poi tutto finisce. Non c'è altro".
Eppure. Eppure, ci si scopre a nutrire un pensiero fin dalla prima pagina, accudendolo come un fiore nato tra le crepe dell'asfalto. È l'unico lumicino di speranza che l'autore decide di non smorzare, lasciando però al lettore la decisione di alimentarlo. È il futuro dei due fratelli e la possibilità di scegliere la propria strada piuttosto che quella di chi li ha preceduti.

mercoledì 2 agosto 2017

libro del giorno sull'ANSA

Un Meridione difficile, violento e prigioniero della sua storia che lo ha lasciato in mano alla malavita, all'arrangiarsi secondo la legge del più forte, senza più alcuna possibilità di pietà se non che la giustizia e lo stato, cosa molto difficile, tornino a avere un ruolo, è quello che ci racconta Di Monopoli in questo suo romanzo forte e coinvolgente, dal verismo noir nel contrasto tra innocenza vilipesa e naturalezza della ferocia umana, quella, se si vuol fare un riferimento, cui ci hanno abituato le cronache che hanno insanguinato la Puglia in un tempo non lontano nella lotta per il controllo della droga tra Nuova camorra organizzata e Sacra corona unita.
Solo che qui la vicenda vera è quella di un rapporto padre e figli perso e da ricostruire, quello tra Tore della Cucchiara, latitante che dopo anni ricompare all'improvviso a Rocca Bardata, esemplare paese di fantasia della Puglia centrale e più profonda , per tornare a occuparsi di Gimmo, il più grande e rabbiosamente ferito che lo accusa di aver ammazzato la madre, e Michele, più piccolo e bisognoso di ritrovare un punto di riferimento dopo la scomparsa del vecchio nonno materno Nuzzu, una sorta di santone taumaturgo poi smascherato e caduto in disgrazia, con cui avevano convissuto per tutto quel tempo da orfani abbandonati a se stessi, dopo la scomparsa della madre Antonia e poi la fuga del padre.
Un rapporto tra presenza, memoria e ritorno, che deve misurarsi e cercar di riparare, per amore e una dignità mai sopita, a l'assenza di sentimenti, di ragione, di legalità e vita normale, il che può diventare qualcosa di esplosivo e comunque una resa dei conti, che ha fatto parlare qualcuno di western pugliese.
Paesi come Rocca Bardata, pur con una storia di cui si trovano le tracce nelle costruzioni del suo centro storico, ''si erano nell'ultimo trentennio spenti e come prosciugati: depredati dalla criminalità e vessati dalla cronica mancanza di lavoro'' per colpa di ''una classe politica sciagurata'' erano tornati ''a quell'isolamento arcano e selvaggio che caratterizzava quelle lande sin dai tempi dei Borboni''. Lì tutto è regolato e controllato dalla malavita organizzata e quando alcuni giovani cercano di far fuori il vecchio rappresentante locale di un grande boss, pian piano i rapporti di potere cambiano e emergono due figure, due amici sin da ragazzi che prendono tutto in mano, Tore e Capumalata, per buttarsi nell'affare dei rifiuti tossici dell'Italsider, finché qualcosa inciderà profondamente sul loro rapporto e resterà, forte della sua ferocia, uno solo a comandare. La chiave di tutto è una donna, Antonia, che spera, divenuta madre, nella possibilità di una vita diversa, rendendosi infine conto che ''Dio non c'è. Siamo soli. Viviamo come capita e poi tutto finisce. Non c'è altro''.
Una Puglia, un meridione esemplare, una povertà e disperazione che, con sapienza di costruzione dal bel ritmo e un alternarsi di presente e passato, nonostante l'eccesso di invenzioni e situazioni estreme (compresa una suora assassina) sono riflesso delle scelte linguistiche del narratore che, tra lingua alta e bassa, tra aulicità bibliche e gergo televisivo, con una scelta di immagini e aggettivi costruisce quella nera cappa morale che sembra soffocare tutti e tutto. (Paolo Petroni, qui)